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Baruffaldi.

1

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Che d'intorno a lui fi proftra;
Ma superbo e forte in fella
Si puntella,
E la mano con la patera
Di vin piena brillantissimo
Alza e versa e cionca e ciombola,
Di se stesso fidatissimo

Che per ber non farà tombola.
Finche io bevo d'uva forte

Io non vo' temer di morte :
Tema sol chi l'avviluppa,
E l'inzuppa
Nella truppa
De' vin aspri minerali
Bestiali,
Che assaliscono,
Che imbestialiscono,
Che vi conquassano,
Che infatanaffano,
Che fendon l'anima,
Che disfan gli uomini
E gli fan matti o lunatici

Furiofi ebbri o selvatici.
Gli Artimini i

I Pomini
I Claretti e i Montalcini,
E gli Asprini
Sono vini
Son liquori
Aflaslini
Traditori,
Che lusingano e v'ammazzano
Nel piu bel del potatorio
D'omicidio proditorio.
Lascio i vini amari e cotti
Ai palati Sassengotti:
Tutti i vini oltramontani
Dono agli Uffari e ai Prussiani;
Sal volatili e bitumi
Se gl' ingojno dell' Erebo i numi:

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Beisp. Samml. 4. B.

3

Mos.

Baruffaldi. Moscadello e Lamporecchio

Chi ne vuol lo beva a secchio
E l'immerga nel Trebbiano
O nell' Ambra o in fan' Lorano
Fin che ha gli occhj fuor di testa;

Che bevanda per me non fu mai questa
Io vo'ber, grida Bacco, oro potabile,

Voglio vino che sia amabile,
Voglio vin di buon fapore,
Animallegratore
Quintessenza
Di Voghenza i,
Ambra nera
Di Voghiera :
Yo rubin del Virginese,
Che fa credito al paese,
Del recente e del gagliardo,
Che fi spremne in Belriguardo:
Vo' un bicchier di quel di Cona,
Che fra tutti ha la corona;
E di quel ne vo' una pentola
Che vindemmiafi in Bucentola:
Poi ne voglio per conforto
Un bicchier di quel di Porto;
Che com'è Porto maggiore
Ha il maggior d'ogni fapore:
Ma di quel di Quartesana,
Quartesana prediletta
Di Cluento stanza eletta,
Non mi basta una fiumana,
Fra medelana e fra 'l Boattino
Vo' ingojarne piu d'un tino;
Voʻche, l'empiano i miei maggior vafi
Con il nettare de' Masi,
O sia nero o pur sia bianco
Voglio ber fin ch' io sia stanco:
Voglio ber fin ch' io sia caldo
Il melli Auo liquor che stilla in Gualdo.
Voglio in somma, o fi ceni o fi define,
Il delicato vin del mio Polesine,

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Baruffaldi.

A

Dov' io vindemmio lietamente, e dove

Ambrosia e nettar non invidio a Giove.
Mi ridea del Gallispano

Quando fu coll'arme in meno
A recidere i miei tralci;
Perche avvinti ai debol salci,
O all' elettro o alla nocella,
E diceva in sua favella:

Cet vin est fi foible et peu piqué

„ Que d'abord que je l'ai beu il est passé. Passa è vero il fotritiflimo

Leggerissimo
Ferrarese vin balsamico,
Cocciniglia viva e brillante;
E una tazza festiva e spumante
Non v'atterra,
Non fa guerra
Alle vilcere od al cerebro;
Ma valletta vi nutre e ricrea,

Piu che 'l Montepulciano o la Verdea,
Ben lo fa la gente Lanza

Che per bere ha gran poslanza;
E a decider dei vin la corona
Ne sa piu che un dottor di Sorbona,
Co' miei pampini io la avvinsi,
E la strinfi,
Tal che l'ira depofta ed il brando
Tutta andava festosa gridando:

Trinche trinche de Campulache,

„Cente pocale nix imbriache. Che ho da far di que' zolfi ftillati,

Che in eterno imprigionano i fenfi,
E fan gli occhj tra aperti e ferrati

E gli spirti fan tardi e melepfi!
Questo vin di mia campagna,

Non m'incendia, ma mi bagna,
M' ingentilisce,
M'incoragisce,
E, se m'empie di ciarle la bocca,
Il cervel però nol tocca;
Ma sta forte entro fua rocca,

3 2

Mi

Baruffaldi.

Mi fa ridevole
E folazzevole,
Sempre fon quello ne maison altro;
Fuor dell'uso allegro e scaltro.
Se la barca prende all'orza
La ragion mai non l'ammorza;
Si rinforza e si raddrizza,

E barcolando si corre a lizza..
Alta la fronte gli occhj lucenti

Roffe le guancie le labbra ridenti
Sono fegni aperti e chiari,
Che nel cor fuman gli altari:
Ma perd ben si puo senza indugio
Dell oftello trovare il pertugio,
E drajarsi sulle piume
Finche sorga novo lume,
E così senza ch' altri l'avveggia
Bonacciare il cervello che ondeggia,
Perche tutto il mio mal fi suol dividere

In dormir ciarlar e ridere.
Così gridando

E tracannando
Del vino il re
Rispondo il coro
Lieto e canoro:
Ogn’un fegua Baeco te,
Evod, evoè, evoè,
Bacco Bacco evoè,

Viva Bacco noftro re.
Tal passa il bel trionfo e al tuo cospetto

Giunto il gran nume, alto imbrandisce un vetro,
E la lingua sfidando a novo metro,
Col grondante calicione

Ritto in piè ti fa ragione:
Signor, cui 'l ciel donò per nostra cura,
E me chiamasti da si lungo bando,
Questa a tuo pro tazza brillante e pura
Di stemprato rubino io vo libando:
Te falvi 'l ciel per tua maggior ventura,
E ferbi a noi tuo fignoril comando:

Baruffaldi.

Piu, tua merce, l'antico duol non torni,

E duri in pace il rifiorir de' giorni.
Il così esprimere,

E'l vino spandere,
E'l vetro frangere
Fu lo steffiffimo
Medefimislimo,
Che fe ripetere
Quel coro armonico
Per tutti i vicoli
E diverticoli
Con voci altissime
L'antico prologo:

Fin che tien scettro reale
Carnevale
Che ogni tristo umor disecca,
Su fi voli alla Giovecca
A far corte al Baccanale.

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